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lunedì 12 luglio 2021

The Day After

Foto: Adnkronos

Alcune considerazioni sparse su una giornata che poteva essere ancora più epocale di quello che è stata, e per me lo è stata comunque, dato che per la prima volta ho visto un italiano in finale a Wimbledon e una vittoria della Nazionale di calcio agli Europei. Non a caso la data è l’11 luglio, lo stesso giorno della vittoria del Mundial ’82. Le mie considerazioni saranno molto terra-terra, al contrario di quelle che fanno certi grandi giornalisti tuttologi che un giorno scrivono che Mancini è stato imbrigliato tatticamente da Luis Enrique e poi, il giorno della vittoria, saltano sul carro del vincitore dicendo che ha fatto tutto alla perfezione.

Atto primo. Tutti hanno detto che Matteo Berrettini esce a testa alta dal torneo di Wimbledon e dalla finale. Verissimo, e dobbiamo solo dirgli grazie per essere stato il primo tennista di casa nostra, donne comprese, nella finale di un singolare del torneo più importante del mondo. Tuttavia a me più di un rimpianto dopo quel primo set vinto rimane. Avrei voluto vederlo più aggressivo nei game di risposta e negli scambi dal fondo, ma è chiaro che stava giocando con la macchina sparapalline più efficace e noiosa di tutta la storia del tennis e quindi non era per nulla facile. Più in generale però avrei voluto vederlo più cattivo agonisticamente, tanto più perché era alla sua prima finale e non aveva niente da perdere. Ecco, io continuo ad avere l’impressione che un esponente della nuova generazione di tennisti, che avrebbero già dovuto vincere qualcosa di molto importante (Thiem, vincitore a New York ma solo per un incredibile autogol di Djokovic, Tsitsipas, Zverev, Medvedev, Shapovalov, per non parlare di Kyrgios, ma qui si entra nel campo psicanalitico pesante) quando incontra uno dei tre più vincenti della storia del tennis (Federer, Nadal e Djokovic), sia sempre un po’ in soggezione. Cosa che fino a 20-30 anni fa non accadeva quando un giovane rampante incontrava uno dei più forti del mondo. Era un altro tennis, è vero, tecnicamente e soprattuto come preparazione fisica, e si arrivava più presto a vincere dei Major, ma forse per questo i fuoriclasse di una volta avevano la sfrontatezza che i tennisti di oggi, giovani ma non così giovani, non hanno. Purtroppo Berrettini non fa eccezione a questa regola che vale per i tennisti contemporanei e sinceramente non vedo nemmeno tutti quei margini di miglioramento che tutti sono convinti che ci saranno: merita di stare tra i primi del mondo ma comincerà a vincere, forse, quando Djokovic, Nadal e Federer (che di fatto si sta già preparando) appenderanno racchetta e scarpe al chiodo. Ma ovviamente spero di sbagliarmi.

Atto secondo. In un paese composto da 60 milioni di commissari tecnici della Nazionale italiana non ricordo un ct che li abbia messi tutti d’accordo come Roberto Mancini, neanche Bearzot, che fino al primo gol di Rossi in Italia-Brasile veniva massacrato da tutti, ma proprio da tutti. Il trionfo europeo è soprattutto del Mancio, che ha risollevato e ridato gioco a una Nazionale che tre anni fa sembrava morta e sepolta. Non ricordo che qualcuno si sia lamentato delle formazioni titolari che ha messo in campo o delle sostituzioni che ha fatto, forse perché tutti sapevano che chi giocava, o chi entrava dalla panchina, si sarebbe fatto trovare pronto e avrebbe contribuito alla causa, vedi Bernardeschi in occasione dei rigori contro la Spagna e l’Inghilterra. Mancini ha costruito una Nazionale unita come forse nessun’altra, la cui forza è quella del gruppo, non quella dei singoli: solo Donnarumma è un autentico fuoriclasse, e forse, ma solo forse, lo sono anche Federico Chiesa, Jorginho e Spinazzola, per il resto alzi la mano chi considera, per esempio, Bonucci e Chiellini superiori a Cannavaro e Nesta, per non parlare del confronto quasi imbarazzante con Baresi e, prima ancora, con Scirea. Mancini è lo stesso, ma ben pochi se lo ricordano, che ha riportato al titolo della Premier League il Manchester City dopo 44 anni di digiuno, anche se da qualche anno sembra che a vincere il campionato inglese tra gli allenatori italiani sia stato solo Claudio Ranieri e non anche Ancelotti e Mancini prima di lui e dopo di lui Conte, solo perché per un anno, e solo per un anno, gli è andato tutto bene con una squadra di scappati di casa. Non amo autocitarmi, e non ho nemmeno le doti divinatorie dei grandi giornalisti tuttologi fini analisti di cui sopra, ma dalle storie che ho pubblicato subito dopo le prime partite di questi Europei contro la Turchia e contro la Svizzera e che potete leggere in fondo a questo post avevo intuito, pur non sbilanciandomi in pronostici, che questa Nazionale poteva andare molto lontano, più lontano ancora di quella dei Mondiali di Italia 90, che rimaneva per me l'ultima grande nazionale che abbia visto prima di questa. Sono contento, per una volta, di averci indovinato.

P.S.: e ora i Giochi di Tokyo, che spero siano un’altra grande avventura per lo sport italiano.


sabato 8 agosto 2020

Un ordinario, o quasi, sabato di sport

Un breve (spero) resoconto semiserio (più serio che semi) del mio sabato sportivo odierno davanti alla tv, anzi, davanti a due computer, tipico del più tipico italiano medio sedentario quale sono sempre stato. Una giornata che, come ho già scritto in una storia di Instagram, mi ha fatto tornare ragazzino, oppure ai tempi di quando ero in una redazione multisport. Un bel segno, perché lo sport sta finalmente ripartendo, nonostante la situazione Covid sia tutt’altro che tranquilla.

Da questo resoconto rimane esclusa la Champions di stasera, ma anche questo l’ho già scritto nella suddetta storia. Un po’ perché, come al solito, l’Inter non c’è, e un po’ perché dal triplete del 2010, dopo il quale mi sono sentito appagato e ripagato di tante sofferenze patite nei 42 anni precedenti, se ho visto 20-25 partite di calcio dal 2013 a oggi, non solo dell'Inter (di cui ne avrò viste massimo due o tre) ma in totale, sono già tante. In pratica, sono pronto per (non) guardare lunedì la partita tra Inter e Bayer Leverkusen dei quarti di Europa League. E comunque, c'è sempre una sola parola: #amala.

MOTOMONDIALE: ho detto pubblicamente che quest’anno tifavo Bagnaia e Quartararo. Il primo ieri si è fratturato, il secondo è in testa al campionato MotoGP ma oggi è caduto perdendo la pole. Traete voi le conclusioni.

FORMULA 1: A Silverstone domani si disputa il Gran Premio del 70° anniversario della nascita del Mondiale, peraltro già scoccato lo scorso 13 maggio, su un circuito che definire lo stesso di allora è un tantino scorretto visto che oggi ci sono 18 curve e 70 anni fa solo 8. In ogni modo Bottas, detto il sottovalutato, nelle qualifiche ha fatto 13, nel senso di numero di pole position, tante quante Graham Hill, Jack Brabham, Jacky Ickx, Jacques Villeneuve, Juan-Pablo Montoya e Mark Webber. Beffato il caposquadra Hamilton di 63 millesimi. Terzo il redivivo Hulkenberg sulla discussa Racing-Point, il tedesco non era così avanti in griglia, a parte un secondo posto in Austria nel 2016, da sette anni. Ferrari sempre più in Zona Rossa, e non si intende quella a causa del Covid.

MILANO-SANREMO: a un certo punto pensavo di essere in un giorno della seconda metà di marzo, ma poi mi sono reso conto che le temperature sono un tantino diverse e soprattutto non c’era, purtroppo, la di solito concomitante Coppa del Mondo di sci alpino. Per il resto, a parte qualche fuga poi annullata tranne l’ultima, non ho visto grande distanziamento sociale. Perfino i primi due, il vincitore di oggi Van Aert e il vincitore dell’agosto scorso, pardon, del marzo dell’anno scorso, Alaphilippe, si sono esibiti in un abbraccio post traguardo per lo meno inconsueto, visto che di solito volano più bici che baci e imprecazioni che abbracci da parte degli sconfitti. Nota di merito per Van Aert: è il fresco vincitore delle Strade Bianche nonché pluriiridato di ciclocross, quindi proprio scarso non è.

TENNIS: Camila Giorgi non è mai una tennista banale e nel torneo di Palermo l’ha confermato. Ha fatto meno regali del solito e sembrava che fosse sulla strada per diventare finalmente una vincente, anche per l’assenza apparente di quel genio del padre ma soprattutto per la presenza di una persona che invece è molto brava e competente, la capitana azzurra di Fed Cup Tathiana Garbin. E invece, dopo aver dominato il primo set contro la francese Fiona Ferro vincendo i primi cinque game, è stata a sua volta dominata nel secondo, poi nel terzo è mancata nei momenti decisivi e l’ha perso per 7-5 fallendo la qualificazione alla sua prima finale sulla terra rossa nel circuito maggiore. Alla sfida decisiva approda quindi la 23enne transalpina di padre italiano e madre belga, numero 53 del mondo, che affronterà domani l’estone Anett Kontaveit, numero 22 del ranking, che in questo torneo ha sofferto solo contro la nostra piccola grande Elisabetta Cocciaretto e che oggi ha spazzato via per 6-2 6-4 la numero 1 del torneo e 15 del pianeta, la croata Petra Martic. Un bilancio comunque finalmente positivo per l’Italia femminile che sta cominciando a riveder le stelle dopo qualche anno di difficoltà.

P.S.: dato che uno dei miei innumerevoli difetti è di essere una persona dalle poche idee e per di più confuse, sono alla ricerca di un nome per quella che vorrei diventasse una rubrica più o meno fissa di miei resoconti, meglio se semiseri come questo, sui social e su questo blog. Qualcuno di voi miei innumerevoli lettori ha dei suggerimenti? Se sì, vi ringrazio in anticipo.

venerdì 5 giugno 2020

Il 5 giugno 2010 lo storico trionfo di Francesca Schiavone al Roland Garros

Esattamente dieci anni fa si concretizzò un trionfo che pochi avrebbero ipotizzato alla vigilia del torneo, e cioè quello di Francesca Schiavone al Roland Garros, prima tennista italiana della storia a vincere un torneo del Grande Slam in singolare. A questo evento epocale sarebbe seguito cinque anni più tardi un altro evento e un altro trionfo ancora più epocale, quello di Flavia Pennetta agli US Open in una storica finale tutta azzurra contro Roberta Vinci.

Quel 5 giugno 2010, invece, nell’atto decisivo del torneo più importante del mondo per quanto riguarda la terra battuta, Francesca, soprannominata “Leonessa”, numero 17 del tabellone parigino, che avrebbe compiuto 30 anni il successivo 23 giugno, se la vide contro l’australiana Samantha “Sam” Stosur, di quattro anni più giovane di lei essendo nata a Brisbane il 30 marzo 1984, numero 7 del torneo e che era, proprio come la tennista milanese, alla sua prima finale in un Major. Francesca arrivò a quella partita decisiva avendo perso un solo set, il primo di quel suo magico torneo, contro la russa Regina Kulikova, alla fine sconfitta col punteggio di 5-7 6-3 6-4, poi mise in riga nell’ordine l’australiana Sophie Ferguson con un doppio 6-2, la cinese Li Na, numero 11 del tabellone, per 6-4 6-2, la russa Maria Kirilenko con un doppio 6-4, nei quarti la danese Caroline Wozniacki, testa di serie numero 3, per 6-2 6-3 e in semifinale un’altra russa, Elena Dementieva, numero 5 del seeding, all'ultimo anno della carriera pur essendo di un anno più giovane di Francesca, la moscovita si ritirò all’inizio del secondo set dopo aver perso il tie-break del primo per 7-3.
L’approdo in finale da parte della tennista milanese era già di per sé un risultato storico, mai ottenuto prima da un’italiana in un torneo dello Slam, ma la Leonessa non voleva fermarsi, pur dovendo affrontare un’avversaria che nei precedenti confronti diretti l’aveva battuta quattro volte su cinque e che aveva disputato fino a quel momento un torneo se possibile ancora più strepitoso del suo, considerato il livello delle sue avversarie, alle quali cedette complessivamente tre set. Al primo turno batté la giovanissima romena Simona Halep, esordiente in uno Slam, per 7-5 6-1, poi la veterana paraguaiana Rossana de los Rios per 4-6 6-1 6-0, la russa Anastasia Pivovarova per 6-3 6-2, negli ottavi la belga Justine Henin, quattro volte campionessa del Roland Garros e alla sua ultima recita nel Major parigino, per 2-6 6-1 6-4, nei quarti addirittura la numero uno del mondo, la statunitense Serena Williams, per 6-2 6-7 8-6 in una partita epica nella quale annullò anche un match point, o meglio, lo mancò Serena sbagliando un passante di dritto sul 5-4 in suo favore nel terzo set, e in semifinale la serba testa di serie numero 4 Jelena Jankovic, travolta per 6-1 6-2. Ma vediamo come andò quella storica finale di dieci anni fa.

Stosur comincia il match tenendo il servizio a zero nel primo game e fa lo stesso nel terzo, poi nel quinto recupera da 0-30, nel sesto un po’ di fatica anche per Francesca dopo due turni abbastanza morbidi, il secondo dei quali vinto a zero con un ace di seconda. Il primo break, che è anche quello decisivo del primo parziale, arriva nel nono gioco e a subirlo è la tennista del Queensland che Francesca, non dandole mai una palla uguale all’altra, manda fuori giri portandosi sullo 0-40, sulla prima palla break commette un errore gratuito, sulla seconda un suo passante di rovescio viene deviato fuori dal nastro ma la terza è quella buona poiché Stosur, chiaramente sotto pressione, commette doppio fallo. Francesca serve per il primo set, va sotto 0-30. recupera e va a set point che Sam le annulla con un dritto vincente, la milanese si procura un’altra occasione scendendo a rete e chiudendo una volée di rovescio e stavolta Stosur sul secondo set point affonda in rete il rovescio consegnando il parziale all’azzurra col punteggio di 6-4 in 40 minuti di gioco.

Nel terzo game del secondo set la Leonessa si porta sul 15-40 servizio Stosur con un fantastico attacco in back di rovescio ma Sam annulla le due palle break col suo schema preferito, e cioè servizio seguito dal dritto vincente, e alla fine tiene la battuta anche con un clamoroso vincente lungolinea di rovescio in chop. E’ proprio l’australiana nel game successivo a strappare il servizio a Francesca, si procura la sua prima palla break del match con un altro dritto vincente ma non la trasforma mettendo lungo lo stesso fondamentale, tuttavia due dritti sbagliati dalla milanese la mandano avanti prima 3-1 e poi 4-1 dopo aver tenuto la battuta a zero. Tuttavia la nostra campionessa non è soprannominata Leonessa per caso: dopo aver tenuto il proprio servizio, nel settimo gioco vola sullo 0-40 con due punti vincenti, Stosur annulla la prima delle tre palle break con un ace ma sulla seconda mette largo il dritto successivo al servizio: è controbreak per Francesca che subito dopo impatta sul 4-4.

I quattro game seguenti sono tenuti piuttosto agevolmente da chi è alla battuta: entrambe le protagoniste perdono un solo punto ciascuna nei loro due turni di servizio. Si va così al tie-break, che si rivelerà l’apoteosi della carriera di Francesca. La milanese dal 2-2 infila quattro punti vincenti: un passante di rovescio in back, un attacco in controtempo seguito dalla volée di dritto, un dritto dal fondo e una volée bassa di rovescio di una difficoltà abissale, e il primo championship point è subito quello buono poiché Sam manda alle stelle il rovescio. Tie-break vinto per 7-2 e immortalità sportiva assicurata per Francesca che dopo un’ora e 38 minuti di gioco può buttarsi per terra dalla gioia e baciare il rosso del campo centrale del Roland Garros dedicato a Philippe Chatrier, per poi, qualche minuto dopo, alzare al cielo la coppa Suzanne Lenglen spettante alla campionessa del mondo sulla terra battuta e tenerla stretta a sé mentre canta l’inno di Mameli, e infine ringraziare commossa in italiano il suo clan e i suoi tifosi in tribuna aggiungendo il saluto a mamma e papà che sono a casa.

Dodici mesi più tardi Francesca, che nel frattempo era salita al numero 4 del mondo a fine gennaio 2011 dopo i quarti di finale raggiunti agli Australian Open, posizione in classifica raggiunta tre settimane dopo anche da Stosur, arrivò a un passo dal clamoroso bis tornando nuovamente in finale a Parigi, ma contro Li Na, proprio la cinese alla quale aveva concesso solo sei game negli ottavi di finale del 2010, perse la partita decisiva per il secondo trionfo, curiosamente con lo stesso punteggio, 6-4 7-6, col quale aveva vinto la finale dell’anno precedente. Francesca si è ritirata ufficialmente nel 2018 durante gli US Open, chiudendo la carriera con otto tornei WTA vinti, tre Fed Cup, la versione femminile della Coppa Davis, nel 2006, 2009 e 2010, e raggiungendo almeno i quarti di finale in tutti e quattro i tornei dello Slam. Stosur invece è ancora in attività e anche lei ha raggiunto un’altra finale, quella degli US Open 2011, travolgendo a sorpresa per 6-2 6-3 la beniamina di casa Serena Williams diventando ufficialmente la sua bestia nera, i titoli WTA di singolare vinti dall’ormai 36enne australiana sono nove, ma Sam è soprattutto una grandissima doppista, con tre successi nel femminile e tre nel misto nei tornei dello Slam.

E' doveroso però, alla fine della rievocazione di questa impresa sportiva, puntualizzare una cosa riguardante Francesca: la partita più importante della sua vita non è stata quella contro Samantha Stosur, ma contro il linfoma di Hodgkin, che un anno fa ha combattuto e sconfitto. Come sempre, da vera Leonessa, nel tennis e nella vita.

Foto: rolandgarros.com

sabato 5 ottobre 2019

Naomi vs. Bianca, Bianca vs. Naomi: ecco la possibile grande rivalità di cui il tennis femminile ha bisogno


E’ finita con un bellissimo abbraccio a rete tra le due protagoniste la partita di quarti di finale del WTA Premier Mandatory di Pechino tra Naomi Osaka e Bianca Andreescu. Una partita che, non è certo stata tra le più belle dell’anno tennisticamente parlando, come invece molti hanno scritto, ma che è stata piena di tensione e di emozioni dall’inizio alla fine sia in campo, con le due tenniste che hanno giocato molto a corrente alternata, fatta eccezione per il terzo set, di gran lunga il più bello, sia sugli spalti, col pubblico della capitale cinese in religioso silenzio perché sapeva benissimo di assistere al primo atto di quello che potrà essere un grande duello in prospettiva futura, e che alla fine ha applaudito fragorosamente entrambe le protagoniste avendo negli occhi l’ultimo, strepitoso game vinto da Naomi, alla quale, dopo un doppio fallo commesso sul primo match point e una risposta vincente di Bianca sul secondo, sono serviti un leggendario rovescio in salto e un ace per chiudere i conti con la sua avversaria.

Una partita che si è decisa su 3-4 errori di Bianca, la quale dal torneo di Indian Wells dello scorso marzo ha fatto vedere di essere impermeabile alle emozioni e senza timore reverenziale nei confronti di chiunque, specialmente ai trionfali US Open (ne sa qualcosa la più forte tennista di tutti i tempi, Serena Williams), e che invece ieri nei momenti cruciali ha sofferto la tensione più della sua avversaria, che ha iniziato completamente paralizzata dal terrore ma che poi ha decisamente cambiato marcia mostrando per lunghi tratti il suo tennis migliore, che non si era quasi mai visto dal successo agli Australian Open dello scorso gennaio. Una partita che può essere l’inizio di una rivalità storica tra due tenniste il cui contrasto di stili è evidente.

Da una parte Naomi, la più formidabile picchiatrice del circuito femminile (a parte Serena), dall’altra Bianca, che non è solo una picchiatrice ma una ragazza dal gioco estremamente vario, fatto anche di slice, chop, palle corte mortifere e discese a rete, con l’unico vero, grosso punto debole che si è ben evidenziato ieri e che è costituito dal servizio, la cui prima entra in campo troppe poche volte e la cui seconda è spesso troppo tenera consegnandosi alle risposte delle avversarie e, quando viene tirata forte quasi quanto la prima, altrettanto spesso porta al doppio fallo. I punti deboli di Naomi sono invece la pochissima varietà tattica e l’approccio qualche volta troppo preoccupato al match, che ieri col passare dei minuti è però riuscita a superare, forse consapevole di dover vincere a tutti i costi il primo atto di una rivalità che può fare epoca, e questo tennis femminile senza dominatrici e con pochissimi personaggi carismatici ha bisogno come il pane di una grande rivalità.

L’età è tutta dalla loro parte: Naomi compirà 22 anni il 16 ottobre, Bianca ne ha fatti 19 il 16 giugno, ma a parte questo sono proprio loro due che possono fare la differenza nei prossimi anni, malgrado abbiano a che fare con tenniste molto forti, su tutte l’attuale numero 1 del mondo Ashleigh Barty, autrice di una stagione forse ancora più straordinaria di quella di Bianca e che per lei sarà difficilissimo ripetere, ma avranno a che fare anche con ragazze promettentissime e ambiziosissime più giovani di loro che vogliono arrivare ai vertici, in primis la strabiliante 15enne statunitense Coco Gauff. Non solo, ma a proposito di personaggi carismatici, l’anno prossimo tornerà per la seconda all’attività mamma Kim Clijsters e c’è molta curiosità per come riuscirà a comportarsi contro avversarie molto più giovani e preparate fisicamente di lei.

Personalmente sono contento di aver scoperto prima ancora che vincessero il loro primo Slam (Naomi gli US Open dell’anno scorso, Bianca quelli di quest’anno) le potenzialità di entrambe, che in precedenza erano note solo agli addetti ai lavori, soprattutto a quelli che seguono il tennis giovanile, e mi auguro con tutto il cuore che non si perdano per strada, dato che oltre che due tenniste pazzesche sono anche due persone eccezionali: Bianca che consola e abbraccia Serena costretta al ritiro nella finale di Toronto e Naomi che fa lo stesso con la piccola Coco dopo averle impartito una lezione memorabile a Flushing Meadows non sono cose di tutti i giorni, specialmente in uno sport ipercompetitivo come il tennis femminile. Mi auguro che non si perda specialmente Bianca. Sì, perché il discorso fatto per Ashleigh Barty vale anche per lei: riuscirà mai a infilare di nuovo 17 vittorie di fila, 13 consecutive al terzo set e 8 su 8 contro le top 10 come ha fatto quest’anno, serie tutte interrotte dalla sconfitta di ieri, oltretutto inframezzate da uno stop di quattro mesi per un infortunio alla spalla?

Naomi di fatto, per vicissitudini varie, nei mesi passati si era parzialmente persa, ora l’abbiamo finalmente ritrovata e adesso è lei in serie positiva da nove match e ora sfiderà “Ash Barty” nella finale di Pechino. Se gli dei del tennis ce le conserveranno con cura, con loro potremo divertirci per tanti anni e rivedremo la partita di ieri per tante e tante volte, come ha “promesso” Bianca a Naomi dopo l’abbraccio finale, magari con più qualità tennistica e ancora più emozioni di quanto ci hanno fatto vedere a Pechino. Come ha ribadito la recente, entusiasmante, Laver Cup, il tennis maschile, malgrado vincano quasi sempre i “big three”, è di qualità media nettamente superiore a quello femminile e un duello come quello tra Naomi e Bianca non può che far riavvicinare la gente al tennis in gonnella. Ebbene sì, non le ho mai chiamate per cognome se non all’inizio di questo sproloquio: per gli appassionati di tennis femminile, compreso me, due così sono semplicemente Naomi e Bianca.

Foto: Screenshot video WTA

lunedì 12 agosto 2019

Da "drama queen" a tennis queen? La favola (incerottata) di Bianca Andreescu


Lo so, sono in ferie e non dovrei scrivere, soprattutto di sport, ma non posso farne a meno: non pensavo di tornare a entusiasmarmi (e a soffrire) per una tennista come ho fatto nella settimana appena conclusa. Perché questa tennista è protagonista di una favola. Una favola incerottata, ma una favola. Che comincia il 17 marzo scorso, quando nella finale dell’importantissimo torneo di Indian Wells la protagonista di questa favola, Bianca Andreescu, sconfigge dopo una partita pazzesca la favorita del match, la tedesca campionessa in carica di Wimbledon ed ex numero 1 del mondo Angelique Kerber. Sei giorni più tardi a Miami, altro supertorneo, la canadese di origini romene, che in quel momento doveva ancora compiere 19 anni (li farà il 16 giugno), ripete l’impresa e alla stretta di mano finale, che più che altro è uno schiaffo, una Kerber furibonda la apostrofa con queste parole: “You are the biggest drama queen ever” (Sei la più grande attrice drammatica di sempre).

Questa frase, oltre che dalla rabbia per essere stata sconfitta due volte in pochi giorni da un’avversaria più giovane di lei di 12 anni, nasce anche per certe presunte sceneggiate in campo della nordamericana, come il piegarsi ripetutamente in due dalla fatica o dal dolore e i medical timeout per curare la spalla destra. Queste sceneggiate sono talmente “ben orchestrate” che subito dopo Andreescu è costretta al ritiro con la spalla completamente fuori uso quando è sotto 6-1 2-0 contro l’estone Anett Kontaveit. Conseguenza di questo infortunio: Bianca in quattro mesi gioca solo una partita, il primo turno del Roland Garros, quando sconfigge (tanto per cambiare in tre set, il suo marchio di fabbrica) la ceca Marie Bouzkova, dà forfait nel turno successivo contro la statunitense Sofia Kenin e riesce a rientrare nel circuito WTA giusto in tempo per partecipare al torneo che si disputa a pochissima distanza dalla porta di casa sua, la Rogers Cup di Toronto, che ha un campo di partecipazione stellare. E ancora una volta Bibi, questo il suo soprannome, vince, aggiudicandosi le prime quattro partite in tre set e la semifinale, guarda caso contro Kenin, in due set ma anch’essa in più di due ore, per poi beneficiare del ritiro di Serena Williams per problemi alla schiena dopo soli quattro game della finale.

Un torneo vittorioso ma massacrante per Andreescu che ha fatto emergere in lei altri problemi fisici, primo fra tutti quello alla coscia destra, incerottata un giorno sì e uno no e alla fine del torneo un giorno sì e uno anche. Bianca, dopo aver trionfato nel 2014 nella categoria Under 16 e nel 2015 nella categoria Under 18 dell’Orange Bowl, la più importante manifestazione tennistica giovanile, è stata costretta a un primo lungo stop per un per un problema cronico all’anca che le ha procurato fastidi all’inguine e alla schiena, pertanto quel suo piegarsi in due al termine di uno scambio combattuto quando la partita si prolunga, o la sua zoppia, che ha caratterizzato quasi tutte le sue partite a Toronto, possono forse essere causate non da recite ma da dolori che sono una recidiva dei problemi fisici che ha già avuto in carriera. Tuttavia, a un 2018 pieno di problemi, sta seguendo un 2019 a dir poco straordinario. Ha iniziato l’anno al numero 152 del mondo, adesso è numero 14, inoltre, con quattro mesi di inattività meno il primo turno a Parigi, è numero 8 nella Race, la classifica per arrivare al Masters; ha un totale di 38 partite vinte e 4 perse, comprese le qualificazioni ai tabelloni principali e la Fed Cup, la Coppa Davis femminile; ha giocato sette volte contro una top 10 e ha sempre vinto! Numeri pazzeschi.

Drama queen quindi? Direi di no. Futura tennis queen? Probabile anche se all'orizzonte c'è in prospettiva la giovanissima statunitense Coco Gauff, e anche se francamente è difficile dire dove possa migliorare. I colpi li ha già tutti: dritto, rovescio, discese a rete e volée, palle corte micidiali, e ora anche il servizio: da quando ha aggiustato il movimento per preservare la spalla mette molte più prime. Ha gli acciacchi di una tennista di 40 anni ma supplisce a questo con il suo gioco potente e vario nello stesso tempo che la rende diversa da molte picchiatrici a occhi chiusi, con l’esuberanza dei suoi 19 anni, con l’assenza totale di paura e con una cattiveria agonistica che si è vista poche volte: non è un caso che, quando sembrava sull’orlo del ritiro, quest’anno abbia vinto 15 partite su 18 al terzo set. Con tutte queste caratteristiche già presenti nel suo gioco l’esperienza insegna che potrebbe solo peggiorare e perdersi per strada, come del resto hanno fatto molte protagoniste in attività del tennis femminile ma anche alcuni bambini prodigio del tennis maschile anni ottanta che quantomeno non sono migliorati. C’è ancora qualcosa invece che Bibi può limare, per esempio nella continuità all’interno di una stessa partita: sono ancora troppe le pause che si concede. E poi, se non vuole autodistruggersi definitivamente a livello fisico, qualche etto lo deve perdere.

Detto questo, ho cominciato a tenere le antenne dritte verso di lei quando era ferma ai box, quindi dopo Indian Wells, di cui ho ammirato qualche mese dopo un paio di sue partite su Youtube compresa la finale, e dopo Miami: durante i due tornei in Nordamerica ero ancora con la stagione invernale in corso ma il fatto che avesse battuto due volte consecutive Kerber me l’ha fatta notare subito. Non vedevo l’ora di ammirarla in diretta e sono contento che non abbia deluso le mie aspettative, anzi, che le abbia ampiamente superate, vista la lunga pausa alla quale era stata costretta. Peccato solo per la finale di Toronto contro Serena, costretta al ritiro dopo neanche 20 minuti, ma qui Bianca ha giocato il più bel “punto” della sua ancora giovane carriera andando ad abbracciare e consolare la sua leggendaria avversaria scambiando chiacchiere con lei per oltre un minuto. Sinceramente non mi ricordo nulla del genere al momento del ritiro di un tennista, né tantomeno alle strette di mano finali, specialmente nel tennis femminile. Nelle ultime ore è arrivata infine la sacrosanta decisione da parte di Andreescu di non partecipare all’altro supertorneo di Cincinnati di questa settimana: giustissimo per Bibi preservare il suo corpo acciaccato salvando gli US Open, il primo Slam dove tutte le avversarie la aspetteranno al ed evitando un altro lungo stop. Così, senza di lei in campo, con tutto il rispetto per le altre tenniste, posso cominciare a tutti gli effetti e a tempo pieno la mia settimana di ferie, meteo del paesello permettendo…

Foto: Instagram Bianca Andreescu